Stati Uniti: dissidio tra vescovi e ospedali cattolici
04 febbraio 10(ve/jesus) È fibrillazione tra vescovi e ospedali cattolici, negli Usa, sui trattamenti di fine vita e sulla riforma sanitaria di Obama. Nessuna rottura plateale, anzi, i protagonisti della querelle gettano acqua sul fuoco delle polemiche. Ma due episodi hanno prospettato il rischio di una spaccatura tra le strutture sanitarie e i vertici della Chiesa a stelle e strisce.
Innanzitutto, una direttiva della Conferenza episcopale agli oltre mille istituti cattolici - nosocomi e case di cura - ha creato maretta sul tema dei malati in coma irreversibile. I vescovi chiedono di mantenere in ogni caso la nutrizione e l’alimentazione artificiale, oltre ai trattamenti farmacologici. Coerentemente con il sistema giuridico di common law tipico dei Paesi anglosassoni, negli Usa la questione è regolata, oltre che da leggi nazionali, dalla giurisprudenza stabilita nelle aule dei tribunali. Il caso più noto, quello di Terri Schiavo, ancora pesa sulla coscienza di un Paese che nel 2005 si spaccò tra chi sosteneva i genitori della donna, a partire dal presidente Bush, e chi appoggiava il marito, che alla fine ottenne che le venisse staccata la spina.
Le associazioni che promuovono il diritto delle famiglie a decidere le sorti dei pazienti protestano contro la direttiva dei vescovi. «Verrà applicata senza rispetto per il credo religioso, le volontà espresse nelle dichiarazioni anticipate o le istruzioni della famiglia», afferma Barbara Coombs Lee di Compassion & Choices. I diretti interessati - i responsabili degli ospedali cattolici - smorzano i toni e non escludono la possibilità di trovare degli accomodamenti per i casi più spinosi. La Catholic Health Association confida che, qualora un paziente abbia lasciato scritto che non vuole più vivere in quelle condizioni, un comitato etico “esplorerà le alternative”. Non viene escluso il trasferimento del paziente in un’altra struttura sanitaria.
La stessa associazione, che rappresenta oltre 600 ospedali cattolici negli Usa, ha commentato con un certo ottimismo il voto in Senato sulla riforma sanitaria. Dopo un lungo negoziato tra le diverse anime religiose del Partito Democratico, la seconda camera è arrivata a stabilire che i singoli Stati possono vietare l’uso di denaro pubblico per piani sanitari che coprano anche l’interruzione volontaria di gravidanza. Troppo poco, però, per i vescovi. Che, soddisfatti per il primo passaggio alla Camera, ora puntano i piedi. Il compromesso, hanno scritto, è “moralmente inaccettabile”. E via a una nuova mobilitazione, con una brochure inviata alle circa 19 mila parrocchie statunitensi che sprona i fedeli a protestare con il senatore del proprio Stato. È spaccatura con gli ospedali cattolici? “No”, puntualizza suor Carol Keehan della Catholic Health Association. “Pensiamo che sia molto probabile riuscire a lavorare, al momento del passaggio in commissione, per una soluzione che prevenga il finanziamento federale dell’aborto” (vedi fonte).
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